Quello che ancora non sapevamo

Oggi ho il termine: ho già chiamato l’ospedale per fissare la prossima visita, ma nonostante abbia camminato tutto il pomeriggio, di sintomi nemmeno l’ombra.

Gabriele si è finalmente addormentato.

È un’ora che cammino per la camera con l’orsetto ninnananna acceso per farlo addormentare.

Povera Maria, si sarà sentita un po' schiacciata e compressa lì dentro: nonostante Gabriele abbia 19 mesi e pesi poco più di 9 chili tenerlo in braccio è leggermente faticoso.

È da diversi mesi che ho alcune contrazioni ma tutti sostengono che durante la seconda gravidanza sia normale avvertirle prima.

Con la gravidanza di Gabriele non avevo mai avuto contrazioni fino a poco prima del parto.

Nella prima gravidanza tutto era stato diverso: non che mi fossi riposata ma almeno non avevo smesso di mangiare per evitare l’insulina a causa del diabete gestazionale. Di conseguenza la bimba non cresceva molto. Inoltre avevo dovuto fare i conti con un solo funerale invece di tre in meno di due mesi.

Sicuramente anche Maria, con tutti questi colpi al cuore, ne aveva risentito.

 

Non riesco a stare a letto, sarà l’ansia, i piccoli dolori o il braccio di Gabriele che mi tocca fastidiosamente la pancia.

Mi alzo, sarà meglio andare a fare la tisana di lampone. Nelle ultime settimane ne ho bevute così tante... per Gabriele aveva funzionato.

Il parto inizialmente era stato velocissimo, peccato che poi Gabriele avesse deciso di uscire con la “camicia” e il braccio tipo “Superman” davanti alla faccia. Sarà stata la tisana e l'olio di ricino o magari le palline omeopatiche consigliate da zia Eleonora, farmacista, a fare miracoli ma con Gabriele ne ero uscita solo con qualche graffio e nessun punto.

 

È l’una e mezza.

Il cellulare stasera lo tengo acceso… non si sa mai. L’applicazione delle “contrazioni” è così utile.

Ai corsi hanno ripetuto più volte di non andare troppo presto in ospedale, di farsi una doccia, di mangiare cose zuccherate, di mettersi in posizione a “C”.

"Che dolore... sta arrivando...” inizio a contare veloce 1-1 2-2 3-3 4-4 -…

Meno male è passata.

Il dolore è sopportabile, ho giusto il tempo di scaldare l’acqua per la tisana.

“Oh no…!”, si è svegliato Gabriele. Sta piangendo.

Corro in camera, cerco invano di infilargli il biberon dell’acqua in bocca ma chiaramente vuole il latte.

Lo prendo in braccio ma non riesco a sollevarlo.

“Luciano alzati, non ce la faccio, sbrigati, sto male”.

Luciano, assonnato, cerca di capire cosa stia succedendo.

Gabriele è ormai sveglio, non ho tempo e nemmeno le forze per tentare di farlo addormentare.

Sta ritornando un'altra contrazione e questa volta è più forte della prima.

Mi metto in ginocchio e mi appoggio al letto contando.

“Ogni quanto ce le hai?” mi chiede Luciano.

Do una rapida occhiata all’applicazione ma tenere i conti in questo momento non è pensabile.

Ogni 5, 3, 7 minuti ma sono ancora irregolari.

 

Sto troppo male. Per fortuna la contrazione ora è passata, torno a respirare normale.

Compongo il numero di casa dei nonni: “Mamma sto male, venite a tenere Gabriele, devo andare in ospedale, magari poi mi rimandano a casa ma non si sa mai”.

Per fortuna i nonni abitano a 15 minuti da casa. Essendo notte e conoscendoli in meno di 10 minuti si sarebbero vestiti, lanciati in macchina velocemente passando anche con il rosso se necessario.

Ho giusto il tempo di raccogliere le ultime cose da infilare in valigia e vedere Luciano che cerca qualche vestito nell’armadio che sento un dolore forte.

Sto per infilare i pantaloni, preparati da settimane e riposti vicino alla valigia, ma lascio perdere.

Corro verso il bagno: magari l’olio di ricino sta facendo effetto.

Ma anche stavolta, come per Gabriele, non sembra aver effetto se non far partire velocemente le contrazioni.

Ho una perdita… avrò rotto le acque?! No, mi rendo conto subito che si tratta di sangue.

“Luciano chiama l’ambulanza, chiama l’ambulanza”, grido preoccupata.

A ripensarci ora non so dove e cosa stesse facendo Gabriele in quel momento.

Probabilmente le urla e la stanchezza lo avevano destabilizzato.

 

In lontananza sento Luciano che parla con l’operatore del 112: “Mia moglie sta partorendo... Seconda gravidanza… Venite…bla bla bla”.

Per fortuna abitiamo in città e l’ospedale non è molto distante.

Pochi attimi e mi rendo conto di cosa stia succedendo davvero: sarebbero arrivati degli sconosciuti, per giunta volontari, a farmi partorire. Probabilmente mi avrebbero fatto partorire a casa o ancora peggio in ambulanza.

“No, No, No… Non doveva andare così! Che stupida perché ho aspettato così tanto... Che dolore…”.

 

Mi metto a pregare.

Sento la porta aprirsi con forza: è arrivata la nonna che cerca di tranquillizzarmi intanto che urlo dal dolore.

Luciano è scomparso, deve essere andato in macchina a caricare le valigie portandosi via i miracolosi granuli omeopatici antidolorifici.

Intanto è arrivato anche il nonno che viene in bagno a vedere come sto.

Lo caccio via, non voglio che mi veda in quello stato.

“Mamma, portami la tisana… Ah che dolore”. Urlo. “Aiuto... Aiuto”.

Anche Jack, il gigantesco cane di casa, inizia ad agitarsi.

Ha capito che c’è qualcosa che non va e ha deciso di appostarsi davanti alla porta del bagno per monitorare la situazione.

Perdo le acque, c’è diverso sangue sul pavimento.

Ho un’amnesia, sto per svenire e mi manca il fiato. Mia mamma mi da una sberla per farmi rinvenire.

Pochi secondi sembrano eternità, i ricordi sono confusi. Non so che ore siano... il contatore dell’applicazione del cellulare continua a girare. Non ho tempo di spegnerlo.

 

Arriva Gabriele, piange.

La nonna lo prende, lo porta in sala e lo fa sedere sul divano. “Stai qui, devo far partorire la mamma!!”.

Quante emozioni, quanta paura deve aver provato un bimbo così piccolo.

Se avesse parlato chissà cosa ci avrebbe detto. Tu come un angelo che veglia su di noi.

 

La nonna è ancora in sala, Jack a pochi metri da me.

Un dolore pazzesco, vedo la testa, spingo…

 

Per fortuna, durate la prima gravidanza avevo seguito due corsi pre-parto, gli incontri all’ospedale e la lezione al centro privato, ero anche riuscita a ricopiare gli appunti e sapevo, in teoria, tutte le posizioni e le cose da fare.

 

Ma in quel momento c’è in gioco la mia vita e non solo la mia.

Anche la tua.

Ero stata molto chiara anche durante la gravidanza di Gabriele, avevo scritto sul foglio del piano del parto dell’ospedale che se fosse andato qualcosa storto avrebbero dovuto salvare prima la bambina.

 

Spingo… non so come, non so perché, ho la prontezza di prenderti…

Sei nelle mie mani, piccola, un pò bluastra e sporca ma bellissima.

Non piangi, perché non piangi?… ti avvicino a me leggermente.

Urlo “è nata”…

“Com...” … La nonna si precipita nella stanza e mi aiuta a toglierti il cordone dal corpo.

Anche stavolta tutti i documenti preparati per poter donare il cordone non sono serviti a nulla.

 

Per fortuna il cordone è solo sul retro e tu respiri… finalmente fai un verso... ti avvicino e cerco di attaccarti a me.

Sei viva e questo è solo quello che conta.

Sapevo di doverti tenere il più possibile vicino a me.

Non ricordo se ti ho coperto, non ricordo cosa ho fatto.

So solo che mi sono trovata sette persone attorno che hanno tagliato il cordone e poi più nulla. Tutto nero.

“Sto svenendo, sto svenendo”.

Il pavimento freddo sotto di me. Un ago infilato nella gamba e poi finalmente torno a vedere: una sconosciuta tiene in braccio mia figlia, mio marito vestito con la giacca, sciarpa e cappello, un operatore cerca di cacciare via Jack che si stava agitando.

L’unico che era stato con me tutto il tempo.

 

“Date mia figlia a mio marito, date mia figlia a mio marito” continuo ad urlare.

Sapevo che non sarei potuta rimanere con Maria addosso per 2 ore, come avevo fatto con Gabriele.

Non c’era tempo. Dovevamo andare in ospedale.

Ma volevo che almeno avesse il contatto e sentisse la voce di suo padre che ci aveva accompagnato in questi mesi e che aveva imparato a conoscere.

Ma nessuno sembra darmi retta, nessuno si aspettava di trovarmi già con la bambina nata, erano venuti tutti per farmi partorire.

Sono le due e mezza passate. Una signora cerca di chiedermi a che ora è nata.

“Boh… Staranno state le 2.20”.

 

Potevano essere passate ore o pochi minuti.

Il tempo si era fermato. E il contatore del cellulare continuava a girare.

 

Mi ricoprono con un telo argentato come quello dei terremotati che vedi in televisione. Mi legano alla barella. Intravedo Gabriele, in sala, in braccio alla nonna che cerca di rassicurarlo dicendo che è diventato fratello maggiore e che Maria è nata.

Mi caricano sull'ambulanza.

La sconosciuta ha sempre in braccio la “Mia” bambina.

L’ambulanza parte... Nooo…, ho sempre odiato andare al contrario del senso di marcia. Anche ai tempi dell’università sul treno, piuttosto mi facevo tutti i vagoni per cercare un posto per viaggiare dritto.

Devo essere una rompiscatole anche in questo caso.

Continuo a dire di mettermi Maria addosso e che voglio allattarla.

Dalla finestra anteriore vedo la macchina del nonno che ci segue, il buio della notte e le luci che lampeggiano.

La sconosciuta ha pietà di me e mi mette un cuscino sotto la schiena, mi appoggia la bimba per pochi minuti, poi la riprende.

Sta prendendo troppo freddo. In effetti non mi sono resa conto ma ho i piedi gelati anche io.

 

Arriviamo in ospedale. Non la vedo più, la portano via. Per fortuna c’è Luciano con lei.

A me però tocca stare sola.

Devono ribaltare Maria come un calzino non essendo nata in ospedale, devono farle tutti gli esami e tenerla in culletta termica.  Ha preso troppo freddo ma dicono che sta bene.

Lei è forte, la mia piccola guerriera. Altro che minuta e che non cresceva, pesa ben 3,10 Kg.

 

Io sono costretta in sala operatoria per 2 ore, devono monitorare la situazione e farmi visitare dal ginecologo per i punti che fanno un male assurdo.

In fondo, nonostante il dolore, i punti e lo spavento, sono riuscita, ancora una volta, a cavarmela da sola.

Quello che mi fa innervosire è che non posso andare da Maria perché non mi fanno alzare.

Continuo a svenire, ho perso diverso sangue ma la forza e la voglia di vederla sono più forti di ogni cosa.

 

Quello che ancora non sapevamo è che il tuo cuore era malato…

ma questa è un’altra storia.