Il mio guerriero

Quando per la prima volta il ginecologo mi ha parlato di placenta previa ho pensato: “Beh, mi toccherà un altro cesareo e al massimo me lo faranno nascere un po’ prima...dai che magari riusciamo a farci anche una vacanzina a settembre!”...questi sono stati i primi ingenui ed egoistici pensieri di chi cerca di programmare la propria vita e quella della propria famiglia ed avere tutto sotto controllo senza fare i conti col fatto che apparteniamo a qualcosa di più grande di noi, che va oltre i nostri progetti.

Ho avuto il primo sanguinamento una mattina mentre stavo andando al lavoro; mi hanno immediatamente ricoverata, mettendomi a riposo...e anche in quell’occasione ho pensato di avere la situazione sotto controllo: bastava non fare sforzi eccessivi e così sarei arrivata al parto programmato.

Ma ancora una volta mi sbagliavo: altri sanguinamenti, altro ricovero. Mi dicevo: “Va bene, starò ferma nel letto dell’ospedale almeno fino alla 36° settimana...è un mese e mezzo, ma ce la posso fare. Nel frattempo il bambino crescerà tranquillo”.

Ma neanche il riposo assoluto sembrava bastare: rischio di emorragia troppo elevato e pericolo sia per me che per il bambino. Così il 18 maggio 2017, esattamente due mesi prima della data presunta del parto, il ginecologo mi ha annunciato che il mio bimbo sarebbe dovuto nascere entro breve...panico, paura, incredulità...era troppo piccolo, era troppo debole, era troppo presto...doveva ancora crescere nella mia pancia, non altrove... e poi non avevamo ancora scelto il nome.

Niente da fare: subito in sala operatoria...solo il tempo di avvisare mio marito che era ancora al lavoro e di prepararmi per l’operazione...e così alle 17.15 a 31 settimane è nato il nostro piccolo grande Mattia!

Quando mi sono risvegliata dall’anestesia c’era mio marito con me e prima ancora che potessi aprire bocca mi ha rassicurato: “Sta bene, pesa 1,8 kg, è nell’incubatrice in terapia intensiva. Ha bisogno di un po' di aiuto per respirare e di un po' di tempo per crescere..ma il nostro ometto ce la farà!”

I primi giorni sono stati i più terribili: io ero dolorante e riuscivo a muovermi solo in sedia a rotelle. Dopo 24 ore non avevo ancora visto, nè toccato il mio bambino e in più non vedevo Thiago, il mio primogenito, da alcuni giorni. Avevo una compagna di stanza con una bellissima bambina piangente sempre attaccata al seno e tanti amorevoli parenti in visita. Io ero insofferente a tutto: cercavo di tirami il latte con una terribile macchina e pensavo ad un’unica cosa: ingiustizia. Non era giusto che il mio bambino non fosse nella sua culla a fianco a me, che non lo potessi abbracciare, toccare, allattare...era come essere di nuovo madre e allo stesso tempo non esserlo.

La prima volta che sono scesa in TIN, terapia intensiva neonatale, ho scoperto un nuovo mondo: un mondo fatto di silenzio, luci soffuse, rumori dei monitor, regole rigide, incubatrici e macchinari vari, teste di genitori chine sulle culle, infermieri con volti coperti dalle mascherine, volti sorridenti, lacrime.

Quando mi hanno portato davanti all’incubatrice di Mattia ho pensato a quanto poteva essere fragile e indifesa quella creatura: era tutto nudo, ad eccezione di un enorme pannolino, il corpo pieno di tubi e tubicini e un’enorme maschera che gli permetteva di respirare, ma che nascondeva il suo minuscolo volto...era davvero piccolo...l’avrei potuto tenere nelle mie mani. Eppure aveva una grande forza: piangeva, si strappava il sondino dell’alimentazione, si muoveva...si vedeva che aveva voglia di lottare.

Ho pianto per tutta la prima settimana ogni volta che entravo in TIN: mi sentivo impotente davanti a tutta quella fragilità. Avrei voluto proteggerlo, stringerlo tra le braccia, stare sempre con lui...ma l’unica cosa che potevo fare era guardarlo dal vetro e toccarlo delicatamente attraverso le finestrelle dell’incubatrice. Mattia doveva crescere e per questo ci voleva tempo, pazienza e speranza: doveva arrivare ad un giusto peso ed almeno alla 36° settimana.

E poi il senso di colpa mi perseguitava: l’avevo messo io in questa situazione e questo pensiero non mi lasciava.

Ero diventata insofferente anche alle parole dei medici che non ci davano prospettive e che sapevano solo dire che bisognava aspettare. In TIN passava anche la psicologa che qualche volta ha tentato l’approccio, ma io ho sempre rimandato di affrontare i miei stati d’animo: in quel momento non volevo sentire frasi preconfezionate da un’estranea.

Dopo una settimana abbiamo iniziato con la marsupioterapia: l’infermiera me l’ha adagiato sul petto, a contatto con la mia pelle...il mio battito e il suo all’unisono...piccolissimo, fragile, tanto da avere paura di toccarlo, ma infinitamente felice...

I giorni e le settimane passavano e ogni piccolo miglioramento infondeva un’enorme speranza. La TIN era diventata una seconda casa: arrivavo in ospedale al mattino, dopo aver accompagnato Thiago all’asilo, e rimanevo lì finchè mio marito non mi dava il cambio. C’erano le altre mamme, compagne di avventura, di speranza, di risate e di pianti: con loro si è creato un forte legame, un’empatia dovuta alla condivisione di un destino comune. C’erano le infermiere che conoscevano tutte le abitudini di mio figlio e che piano piano mi hanno aiutato a tornare alla normalità: non avrei pensato, ma grazie alla loro insistenza, sono riuscita a non perdere il latte per tutti i 45 giorni di ospedale e una volta a casa ad allattare Mattia.