La nascita di Agata

LA NASCITA DI AGATA

Tra i miei quattro definirei il parto di Agata, quello che ho percepito e vissuto come “il più riuscito” e l’esperienza che più intensamente mi ha messo in contatto con la potenza della nascita. Nelle settimane che hanno preceduto la nascita di Agata, come per gli altri miei figli, ho percepito dentro di me la necessità di arrivare pronta a questo momento e di darmi uno spazio per “prepararmi”. Per farlo ho trovato in libreria un bel libro dal tema -mindfullness e gravidanza- e così giovedì 15 ottobre, quando sono arrivate le prime contrazioni, mi sentivo pronta a respirare e a essere gentile con me stessa e con le mie sensazioni. Avevo precedentemente chiesto a Agata, sempre gentilmente, che avrei gradito nascesse il venerdì, il 16 ottobre, ed il travaglio è iniziato in quella stessa settimana di giovedì. Nel mio goffo tentativo di essere pronta e organizzata (o meglio, nella mia presunta onnipotenza, direbbe una psicoanalista che mi ha insegnato molto) ho chiesto ad Agata anche il giorno in cui nascere e lei.., da brava bimba com’è, mi ha ascoltata. Le contrazioni sono iniziate come negli altri miei travagli, lente e inefficaci, forse l’ultimo mio tentativo inconscio di separarmi lentamente dai miei figli. Nonostante la mindfullness la confusione e l’agitazione dei miei tre figli attorno a me in casa non mi aiutava a concentrarmi e centrare la mia mente sulla nascita… Per fortuna esistono i nonni, così mia madre e mio padre sono venuti rapidamente in nostro aiuto a prelevare i tre ragazzi impegnandosi con loro in lunghe e combattute partite a burraco. Siamo rimasti io, mio marito, Agata e l’immagine che avevo di lei nella mia mente, ancora molto scollegata dalla Lei reale. Nello strano scorrere del tempo che mi preparava a conoscerla ho fatto il bagno, ho respirato, ho preso una tisana, ho sentito l’ostetrica, percependo intensa una ritmicità in tutti questi gesti. Ho ascoltato con attenzione la ritmicità del mio corpo, finchè le acque si sono rotte e il momento di vestirsi ed andare in ospedale è arrivato. In ospedale il tempo ha assunto un’iperbole differente, tutto mi è parso accelerarsi e diventare più reale ed “efficiente” e così anche le mie contrazioni. Sono molto grata alle ostetriche che mi hanno accolto e subito messo a mio agio e, devo ammetterlo, anche a mio marito, per il solo fatto di esser stato lì. In fondo, il parto non è mai un momento facile per i mariti. L’epidurale è arrivata velocemente e guarda un po’, proprio grazie all’anestesista autore del libro sulla mindfullness in gravidanza. Ricordo le parole gentili dell’ostetrica a fine travaglio…”ci siamo, vedrai forse non ci sarà neanche bisogno di spingere, Agata ce la farà da sola”… Di quel momento ho un ricordo chiaro della sensazione di pace che ho vissuto, solo una donna conosce intimamente quanto partorire ti connetta strettamente alla forza e insieme alla fragilità della vita. Pochi minuti ancora e non troppo dolore, grazie all’ottundimento dell’epidurale, ed ecco che Agata è per metà dentro di me e per metà fuori con il suo visino. E’ una giornata uggiosa il venerdì 16 ottobre 2020 a Milano, ma un raggio di sole fa capolino attraverso la finestra dell’ospedale proprio mentre Agata fa capolino nel mondo. Ho commentato sorridente osservando la luce che filtrava dalle grandi finestre che insieme ad Agata era nato un raggio di sole, l’ostetrica mi ha sorriso, eppure nella stanza non avvertivo più l’allegria autentica di prima. Mio marito aveva lo sguardo fisso sulla bambina che io ancora non potevo vedere. I suoi occhi blu preoccupati sono stati in quel momento per me lo specchio del mio futuro dolore, del nostro futuro dolore. Agata è nata, ho sentito il suo pianto, ho visto il colore della sua pelle, troppo più rosso e intenso di quanto la natura di solito lo dipinge. L’ostetrica me l’ha appoggiata al petto, un istante, il tempo di salutarla e vederla calmarsi al suono della mia voce e poi di nuovo il tempo, beffardo, ha assunto una dimensione strana e a me estranea. Agata mi è stata portata via velocemente, via dalla sala parto e da noi, mentre io sono rimasta lì sdraiata sul lettino, circondata da ostetriche, con la pancia “svuotata” di Agata e riempita di preoccupazione. Sentivo imbarazzo nella stanza nei miei confronti e in quelli di mio marito, come un “non-detto” grande che io non ero ancora in grado di decifrare. Lo sguardo di mio marito era molto preoccupato e si è chiuso a cercare nel web una risposta per cercare di capire meglio. Quando ha rialzato lo sguardo dalla sua ricerca mi ha guardato e mi ha detto teso “forse Agata ha la sindrome di Down”. Una parte di me, una parte più viscerale, ha compreso immediatamente che mio marito aveva ragione, ma la mia mente aveva bisogno di più tempo e ha deciso di prenderselo. Ho cercato per noi parole di conforto che ci dessero maggior tempo per capire, per sperare, per non disperare nella preoccupazione. Credo che il mio cuore conoscesse già da molto tempo quella verità. Due ore esatte dopo quel raggio di sole ero con Agata in patologia neonatale, le tenevo la manina tra i fori dell’incubatrice, tra i complimenti degli infermieri per essere riuscita a mettermi in piedi così in fretta e con un marito scacciato fuori dal reparto dalla pandemia da coronavirus. Io volevo solo la mia bambina tra le braccia e una sedia da cui lasciarmi sostenere. Non avevo ancora mai sperimentato così chiaramente fino a quel venerdì quanto gioia e dolore possano convivere strettamente tra di loro proprio nel medesimo istante. Ora Agata ha un anno, un anno intenso, arricchente, difficile; tanto è cambiato nella mia vita, in primis io. Dopo un momento iniziale in cui ho avuto bisogno di tanto silenzio e solitudine per poter stare sola con Agata e per poter trovare le parole per parlare di Lei al mondo, sono riuscita piano piano insieme a mio marito a trovare le parole per parlare di Lei prima ai miei figli, poi ai miei parenti e ai miei amici e ancora ai miei conoscenti e infine anche agli estranei… Ora posso dire senza falsa retorica che Agata è il mio raggio di sole e che la sua dolcezza e la sua fatica sono precisamente la parte che mancava al nostro puzzle per completare me, la mia storia e la mia famiglia. Mi conforta tenere stretto, per il nostro futuro, il pensiero di aver percepito Agata così intensamente e paradossalmente competente e pronta nel tragitto del venire al mondo.