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Racconti, Fiabe e Filastrocche

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RACCONTI E FIABE

LA PRIMA RISATA

“La prima risata”

testi di Gioconda Belli e illustrazioni di Alicia Baladan

Casa editrice Topipittori    Età consigliata: da 5 anni

 

Come nacque la prima risata?

La storia del libro “La prima risata” comincia in una foresta tropicale, fra alberi giganteschi, orchidee e intrecci di rampicanti, ai piedi di una ceiba dalla cui chioma scendono i protagonisti che si accorgono di essere “il primo uomo e la prima donna”. Sono due bambini: Enea e Alia, si guardano stupiti, e appena scoprono di essere diversi scoppiano a ridere.

Ci sentiamo immediatamente dentro una leggenda che è un inno alla creazione. La ceiba è un albero sacro ai Maya, i suoi rami si estendono verso il cielo in cerca di contatto con la divinità. La foresta è una sorta di Paradiso Terrestre e quelle prime creature della terra ci sembrano Adamo ed Eva, per quanto siano raffigurati come due bambini.

Incomincia una danza meravigliosa, Enea e Alia felici, giocano nell’abbondanza di una natura generosa, che li accoglie luminosa e sembra nascere essa stessa, dal vuoto che precede la creazione, prendendo forma attraverso il canto gioioso dei protagonisti.

 I bambini scoprono se stessi e i propri corpi, nella bellezza delle differenze “La mia mano è più piccola della tua”, “La tua vita ha la linea curva della luna e i tuoi piedi assomigliano ai pesci del fiume”. La natura, piante e animali, e i corpi dei bambini, sono raffigurati nella magnificenza attraverso i più piccoli particolari, foglie, petali, ali colorate di farfalle, ali vibranti nel frullio del movimento di una libellula. Le dita scorrono sul volto dell’uno e dell’altra, e si intrecciano le risate mentre fra i rami si lanciano in acrobazie le scimmie e si scambiano fiori.

“Tu sei morbida e rotonda. E sai leggere i miei pensieri più profondi” dice Enea ad Alia. Uno davanti all’altra, facendosi da specchio, intraprendono un viaggio di scoperta. Con le mani danzanti nell’aria si sfiorano, ridono facendosi il solletico. Indicano e nominano i corpi con la dolcezza di parole che incantano e che sono un battesimo di vita. E mentre giocano, procede l’elaborazione di una esperienza straordinaria: i corpi sono come piccoli universi da esplorare, mappe geografiche da disegnare. La risata è un suono che attraversa le più piccole cose, lo spazio bianco di una pagina è un vuoto attraversato da rane che guizzano tra le sponde, e le più grandi cose, fiori e foglie immensi, gigantesche forme. La foresta è un intrigo in cui si affacciano volti e corpi di animali, d’un tratto sembra tutto immobile. Si ferma ogni creatura e la risata dei bambini sovrasta il silenzio della natura che mai aveva sentito tanta felicità e comincia ad interrogarsi sulla bellezza di quel suono, soffio di vita. Il fiume si riconosce nella loro risata, Enea ed Alia si immergono nelle acque fra i pesci e poi di nuovo giocano, corpo a corpo, saltando e ridendo. Il vento si meraviglia perché riconosce in quella risata il suono dei suoi giochi fra le foglie. E verso la fine della storia appare un altro albero sacro, la quercia, nella mitologia nordica “Yggdrasill”, l'albero cosmico, della vita. Alia sulle spalle di Enea si protende verso il cielo, nel tripudio dei colori di una infinità di uccelli, il cui battito di ali sembra accordare la risata dei bambini al suono della natura. La quercia sfiora la pelle di Alia, solletica la schiena, pensa “Voglio anch’io quell’allegria che si sparge dappertutto” mentre ripete quel gesto di conoscenza così umano e familiare fra i bambini. Tutto appare fondersi in unico canto, la quercia sente dentro di sé cantare tutti gli uccelli del mondo. E il suono della prima risata attraversa i corpi dei bambini e il corpo della quercia, come non vi fossero più confini e i corpi fossero coperti da un’unica pelle di morbida corteccia. Il finale è un crescendo di bellezza, offre una straordinaria fioritura che fa di questo libro qualcosa di memorabile. La risata è un suono che attraversa il vento della storia così come lo spirito soffia dove vuole. E tutto prende anima, il bianco così intenso dei corpi dei bambini, ogni tonalità di verde che fa sentire agli occhi lo splendore della forma, le consistenze luminose della materia, che appare spessa e trasparente, tonda e cava. In questo viaggio alla scoperta di se stessi e dell’altro, dentro una natura buona che si lascia aprire e che apre, in questa ricerca di conoscenza, si compone un alfabeto emotivo che offre allo sguardo dei bambini, e li aiuta a comprendere, le emozioni più profonde, con la lievità sacra di una risata.

«Nutre la mente soltanto ciò che la rallegra», scriveva Agostino nel XIII Libro delle Confessioni, dedicato al soffio ravvivante che chiamiamo "spirito".

 

Recensione a cura di:

Olimpia Addabbo

 

Alcune note sulle autrici del libro:

Alicia Baladan, autrice delle illustrazioni, è nata in Uruguay dove ha trascorso l‘infanzia. Trasferitasi in Italia, dopo un periodo di residenza in Brasile a Rio de Janeiro, si è diplomata presso l’Accademia di Belle Arti di Brera di Milano. Ha partecipato a diversi film-festival internazionali di animazione e sperimentazione dell’immagine. Da alcuni anni si è concentrata sull’illustrazione e la scrittura, sviluppando l’aspetto narrativo del suo lavoro. Attualmente vive e lavora a Brescia, Italia.

Alcune opere dell’illustratrice, con testi di altri scrittori e poeti:

Storia Piccola, con i testi di Cristina Bellemo; Topipittori; età consigliata: da 5 anni

La leggerezza perduta, con i testi di Cristina Bellemo; Topipittori; età consigliata: da 5 anni

Cielo Bambino, con i testi di Alessandro Riccioni; Topipittori; età consigliata: da 5 anni

 

Alcune opere illustrate e scritte da Alicia Baladan:

Una storia guaranì, edito da Topipittori; età consigliata: da 7 anni

Sito internet dell’autrice: https://cargocollective.com/aliciabaladan

 

Gioconda Belli, autrice dei testi, è nata a Managua in Nicaragua. È una poetessa, giornalista, scrittrice. La sua opera ha ottenuto numerosi e prestigiosi riconoscimenti a livello internazionale. Il romanzo La mujer habitada (1988) è stato tradotto in quattordici lingue, con grande successo, specialmente in Italia e Germania. Donna dai grandi ideali, impegnata nella vita politica del suo paese, ha partecipato alla resistenza e fu costretta all’esilio. La sua scrittura esprime, fra altri temi, la bellezza della maternità. Il romanzo “L’infinito nel palmo della mano” rappresenta il racconto delle nostre origini immaginando l’universo primigenio e la storia della prima coppia, un uomo e una donna alla scoperta di se stessi, la meraviglia del dare alla luce e i più potenti sentimenti. Successivamente la scrittrice, sulle stesse tematiche, ha pensato e composto il poetico libro “La prima risata”.

Alcune opere scritte da Gioconda Belli:

La fabbrica delle farfalle, con le illustrazioni di Wolf Erlbruch, edizioni e/o; età consigliata: da 6 anni

 

 

 

La storia comincia in una foresta tropicale,

fra alberi giganteschi,

orchidee e intrecci di rampicanti,

ai piedi di una ceiba... 

 

 

 

 

recensione di Olimpia Addabbo

IL MISTERO DELLA NASCITA E L'INCANTO DELLA SCOPERTA DEL CORPO: ALBI ILLUSTRATI

Ecco alcuni albi illustrati che avvicinano al mistero della nascita e all’incanto della scoperta del corpo,

secondo un approccio poetico che osserva il bambino, ascolta le sue domande, apre all’immaginazione e coltiva la fantasia.

 

Una mamma è come una casa, Aurore Petit, Topipittori (da 3 anni)

Molto prima di te, Rascal e Mandata Sadat, Cult Jeunesse (da 3 anni)

Un tempo per tutto, Christian Demilly e Laurent Moreau, Emme Edizioni (da 3 anni)

Genitori felici, Laëtitia Bourget e Emmanuelle Houdart, Logos Edizioni (da 5 anni)

Prima di me, Luisa Mattia e Mook, Topipittori (da 3 anni)

Quando sono nato, Isabel Minhós Martins e Madalena Matoso, Topipittori (da 3 anni)

Ascolta, mamma, Sachie Hattori, Kira Kira (da 3 anni)

La prima risata, Gioconda Belli e Alicia Baladan, Topipittori (da 5 anni)

 

 

 

 

 

 

Libri che avvicinano al mistero della nascita

e all'incanto della scoperta del corpo

 

 

 

 

Olimpia Addabbo

FATE LA NANNA: STORIE DELLA BUONANOTTE

Il tuo bambino non fa la nanna? prova a leggergli una di queste storie...

e buonanotte a lui e a te! 

 

Komako Sakai-Chihiro Ishizu, A tutti, buonanotte, Babalibri. Da 18 mesi.

Paloma Canonica, Buonanotte Luna, Bohem Press. Da 18 mesi.

Altan, Le ninne nanne di Pimpa, Franco Cosimo Panini. Da 18 mesi.

Altan, Buonanotte luna, Franco Cosimo Panini. Da 18 mesi.

Alex Sanders, L’ora della luna, Babalibri. Da 2 anni.

Joyce Dunbar- Debi Gliori, Raccontami qualcosa di bello prima di fare la nanna, Interlinea. Da 2 anni.

Carol Roth-Valeri Gorbachev, La notte in bianco di Tommaso, Nord-Sud. Da 3 anni.

Michel Van Zevern, Tre piccoli gorilla coraggiosi, Babalibri. Da 3 anni.

Oksana Bula, Orso non vuole dormire, Jaca Book. Da 3 anni.

Margaret Wise Brown, Buonanotte luna, Nord-Sud. Da 3 anni

Kitty Crowther, Storie della notte, TopiPittori. Da 3 anni.

Beatrice Alemagna, Buon viaggio piccolino, Topipittori. Da 3 anni.

Bruno Munari, Buona notte a tutti, Corraini. Da 3 anni.

Giovanna Zoboli-Simona Mulazzani, Il grande libro dei pisolini, Topipittori. Da 3 anni.

Martin Waddel – Barbara Firth, Non dormi piccolo Orso?, Salani. Da 3 anni.

Amy Krouse Rosenthal-Jen Corace, Piccolo Bubo, Zoolibri. Da 4 anni.

Bonny Becker-K.Mac Donald Denton, Buonanotte Orso!, Nord-Sud. Da 4 anni.

Jane Yolen-Marc Teague, Cosa fanno i dinosauri quando è ora di dormire?, Il Castoro. Da 4 anni

Arnold Lobel, Storie di topi, Kalandraka. Da 4 anni.

Beatrice Masini, Il Casello della Buonanotte, Einaudi Ragazzi. Da 5 anni.

Chiara Carminati, Buonanotte a Prato Sonno, Einaudi Ragazzi. Da 5 anni.

Roberto Piumini, Ninne nanne di parole, Bompiani (poesie)

Bruno Tognolini, Rima rimani, Nord-Sud (poesie)

Bruno Tognolini, Mal di pancia calabrone, Nord-Sud (poesie)

 

 

 

Tanti libri per fare la nanna

 

 

 

 

Letizia Bolzani

LA LEGGENDA DEI GIORNI DELLA MERLA

Dovete sapere che i merli, un tempo, avevano delle bellissime piume bianche e soffici. Durante il gelido inverno, raccoglievano nei loro nidi le provviste per sopravvivere al gelo, in modo da potersi rintanare al calduccio per tutto il mese di gennaio. Sarebbero usciti solo quando il sole fosse stato un poco più caldo e i primi ciuffi d’erba avessero fatto capolino tra i cumuli di neve.
Così, aspettarono fino al 28 di gennaio, poi uscirono. Le merle cominciarono a festeggiare, sbeffeggiando l’Inverno: anche quell’anno ce l’avevano fatta; il gelo, ai merli, non faceva più paura!
Tutta questa allegria, però, fece infuriare l’inverno, che decise di dare una lezione a quegli uccelli troppo canterini: sulla terra calò un vento gelido, che ghiacciò la terra e i germogli insieme ad essa. Perfino i nidi dei merli furono spazzati via dal vento e dalla tormenta.
I merli, per sopravvivere al freddo, furono costretti a rintanarsi nei camini delle case. Lì, il calduccio li riscaldò e permise loro di resistere a quelle giornate.
Solo a febbraio la tormenta si placò e i merli poterono riprendere il volo. La fuliggine dei camini, però, aveva annerito per sempre le loro piume bianche: fu così che i merli divennero neri, come li possiamo vedere oggi.

 

 

 

 

 

“La fuliggine dei camini, però, aveva annerito per sempre le loro piume bianche”

 

 

 

Leggenda Popolare

Filastrocca: La canzone della cicogna

Alla casa grigia la cicogna un giorno andò
e dei bimbi svegli piano piano via portò.
Li portò lontan lassù                                
donde i bambini non tornan più.                            
Dormi, dunque, dormi bebè
se vuoi restar con me.
 
La ninna nanna della cicogna
piccolo amore ti canterò;
dei vivi raggi di buona luna
se non ti desti ti coprirò.
 
Alla casa grigia la cicogna ritornò
e dei bimbi svegli da rapire ancor cercò,
ma i bambini ognor lo san
e ad occhi chiusi l’aspetteran.
Dormi, dunque, dormi bebè
se vuoi restar con me.

Rosanna

IL NATALE DI MARTIN

In una certa città viveva un ciabattino, di nome Martin Avdeic. Lavorava in una stanzetta in un seminterrato, con una finestra che guardava sulla strada. Da questa poteva vedere soltanto i piedi delle persone che passavano, ma ne riconosceva molte dalle scarpe, che aveva riparato lui stesso. Aveva sempre molto da fare, perché lavorava bene, usava materiali di buona qualità e per di più non si faceva pagare troppo.
Anni prima, gli erano morti la moglie e i figli e Martin si era disperato al punto di rimproverare Dio. Poi un giorno, un vecchio del suo villaggio natale, che era diventato un pellegrino e aveva fama di santo, andò a trovarlo. E Martin gli aprì il suo cuore.
- Non ho più desiderio di vivere - gli confessò. - Non ho più speranza.
Il vegliardo rispose: « La tua disperazione è dovuta al fatto che vuoi vivere solo per la tua felicità. Leggi il Vangelo e saprai come il Signore vorrebbe che tu vivessi.
Martin si comprò una Bibbia. In un primo tempo aveva deciso di leggerla soltanto nei giorni di festa ma, una volta cominciata la lettura, se ne sentì talmente rincuorato che la lesse ogni giorno.
E cosi accadde che una sera, nel Vangelo di Luca, Martin arrivò al brano in cui un ricco fariseo invitò il Signore in casa sua. Una donna, che pure era una peccatrice, venne a ungere i piedi del Signore e a lavarli con le sue lacrime. Il Signore disse al fariseo: «Vedi questa donna? Sono entrato nella tua casa e non mi hai dato acqua per i piedi. Questa invece con le lacrime ha lavato i miei piedi e con i suoi capelli li ha asciugati... Non hai unto con olio il mio capo, questa invece, con unguento profumato ha unto i miei piedi.
Martin rifletté. Doveva essere come me quel fariseo. Se il Signore venisse da me, dovrei comportarmi cosi? Poi posò il capo sulle braccia e si addormentò.
All'improvviso udì una voce e si svegliò di soprassalto. Non c'era nessuno. Ma senti distintamente queste parole: - Martin! Guarda fuori in strada domani, perché io verrò.
L'indomani mattina Martin si alzò prima dell'alba, accese il fuoco e preparò la zuppa di cavoli e la farinata di avena. Poi si mise il grembiule e si sedette a lavorare accanto alla finestra. Ma ripensava alla voce udita la notte precedente e così, più che lavorare, continuava a guardare in strada. Ogni volta che vedeva passare qualcuno con scarpe che non conosceva, sollevava lo sguardo per vedergli il viso. Passò un facchino, poi un acquaiolo. E poi un vecchio di nome Stepanic, che lavorava per un commerciante del quartiere, cominciò a spalare la neve davanti alla finestra di Martin che lo vide e continuò il suo lavoro.
Dopo aver dato una dozzina di punti, guardò fuori di nuovo. Stepanic aveva appoggiato la pala al muro e stava o riposando o tentando di riscaldarsi. Martin usci sulla soglia e gli fece un cenno. - Entra· disse - vieni a scaldarti. Devi avere un gran freddo.
- Che Dio ti benedica!-  rispose Stepanic. Entrò, scuotendosi di dosso la neve e si strofinò ben bene le scarpe al punto che barcollò e per poco non cadde.
- Non è niente - gli disse Martin. - Siediti e prendi un po' di tè.
Riempi due boccali e ne porse uno all'ospite. Stepanic bevve d'un fiato. Era chiaro che ne avrebbe gradito un altro po'. Martin gli riempi di nuovo il bicchiere. Mentre bevevano, Martin continuava a guardar fuori della finestra.
- Stai aspettando qualcuno? - gli chiese il visitatore.
- Ieri sera-  rispose Martin - stavo leggendo di quando Cristo andò in casa di un fariseo che non lo accolse coi dovuti onori. Supponi che mi succeda qualcosa di simile. Cosa non farei per accoglierlo! Poi, mentre sonnecchiavo, ho udito qualcuno mormorare: "Guarda in strada domani, perché io verrò".
Mentre Stepanic ascoltava, le lacrime gli rigavano le guance. - Grazie, Martin Avdeic. Mi hai dato conforto per l'anima e per il corpo.
Stepanic se ne andò e Martin si sedette a cucire uno stivale. Mentre guardava fuori della finestra, una donna con scarpe da contadina passò di lì e si fermò accanto al muro. Martin vide che era vestita miseramente e aveva un bambino fra le braccia. Volgendo la schiena al vento, tentava di riparare il piccolo coi propri indumenti, pur avendo indosso solo una logora veste estiva. Martin uscì e la invitò a entrare. Una volta in casa, le offrì un po' di pane e della zuppa. - Mangia, mia cara, e riscaldati -  le disse.
Mangiando, la donna gli disse chi era: -  Sono la moglie di un soldato. Hanno mandato mio marito lontano otto mesi fa e non ne ho saputo più nulla. Non sono riuscita a trovare lavoro e ho dovuto vendere tutto quel che avevo per mangiare. Ieri ho portato al monte dei pegni il mio ultimo scialle.
Martin andò a prendere un vecchio mantello. - Ecco - disse. -  È un po' liso ma basterà per avvolgere il piccolo.
La donna, prendendolo, scoppiò in lacrime. - Che il Signore ti benedica.
-  Prendi - disse Martin porgendole del denaro per disimpegnare lo scialle. Poi l’accompagnò alla porta.
Martin tornò a sedersi e a lavorare. Ogni volta che un'ombra cadeva sulla finestra, sollevava lo sguardo per vedere chi passava. Dopo un po', vide una donna che vendeva mete da un paniere. Sulla schiena portava un sacco pesante che voleva spostare da una spalla all'altra. Mentre posava il paniere su un paracarro, un ragazzo con un berretto sdrucito passò di corsa, prese una mela e cercò di svignarsela. Ma la vecchia lo afferrò per i capelli. Il ragazzo si mise a strillare e la donna a sgridarlo aspramente.
Martin corse fuori. La donna minacciava di portare il ragazzo alla polizia. - Lascialo andare, nonnina - disse Martin. - Perdonalo, per amor di Cristo.
La vecchia lasciò il ragazzo. - Chiedi perdono alla nonnina - gli ingiunse allora Martin.
Il ragazzo si mise a piangere e a scusarsi. Martin prese una mela dal paniere e la diede al ragazzo dicendo: - Te la pagherò io, nonnina.
- Questo mascalzoncello meriterebbe di essere frustato - disse la vecchia.
- Oh, nonnina - fece Martin - se lui dovesse essere frustato per aver rubato una mela, cosa si dovrebbe fare a noi per tutti i nostri peccati? Dio ci comanda di perdonare, altrimenti non saremo perdonati. E dobbiamo perdonare soprattutto a un giovane sconsiderato.
- Sarà anche vero - disse la vecchia - ma stanno diventando terribilmente viziati.
Mentre stava per rimettersi il sacco sulla schiena, il ragazzo sì fece avanti. - Lascia che te lo porti io, nonna. Faccio la tua stessa strada.
La donna allora mise il sacco sulle spalle del ragazzo e si allontanarono insieme.
Martin tornò a lavorare. Ma si era fatto buio e non riusciva più a infilare l'ago nei buchi del cuoio. Raccolse i suoi arnesi, spazzò via i ritagli di pelle dal pavimento e posò una lampada sul tavolo. Poi prese la Bibbia dallo scaffale.
Voleva aprire il libro alla pagina che aveva segnato, ma si apri invece in un altro punto. Poi, udendo dei passi, Martin si voltò. Una voce gli sussurrò all'orecchio: - Martin, non mi riconosci?
- Chi sei? - chiese Martin.
- Sono io - disse la voce. E da un angolo buio della stanza uscì Stepanic, che sorrise e poi svanì come una nuvola.
- Sono io - disse di nuovo la voce. E apparve la donna col bambino in braccio. Sorrise. Anche il piccolo rise. Poi scomparvero.
- Sono io - ancora una volta la voce. La vecchia e il ragazzo con la mela apparvero a loro volta, sorrisero e poi svanirono.
Martin si sentiva leggero e felice. Prese a leggere il Vangelo là dove si era aperto il libro. In cima alla pagina lesse: Ebbi fame e mi deste da mangiare, ebbi sete e mi dissetaste, fui forestiero e mi accoglieste. In fondo alla pagina lesse: Quanto avete fatto a uno dei più piccoli dei miei fratelli, l’avete fatto a me.
Così Martin comprese che il Salvatore era davvero venuto da lui quel giorno e che lui aveva saputo accoglierlo.

 

 

 

 

 

“All'improvviso Martin udì una voce e si svegliò di soprassalto. Non c'era nessuno. Ma senti distintamente queste parole:

- Martin! Guarda fuori in strada domani, perché io verrò

 

 

 

L. Tolstoj

Ansa del fiume mir, bosco verde verde

C’era una volta una cicogna che, come ogni cicogna che si rispetti, di lavoro faceva il “portatore di bambini”. Oramai era alla fine di una lunga e onorata carriera e quel giorno avrebbe consegnato il suo ultimo “pacco”. Era emozionato più del solito, da una parte contento di potersi finalmente godere il meritato riposo, dall’altra dispiaciuto di non poter più partecipare a quell’attimo meraviglioso in cui il piccolo esserino che teneva nel becco incontrava colei al quale era destinato: in quel momento assisteva ad un evento di una potenza ed intensità che non si poteva descrivere a parole!

Andò dunque col cuore che gli batteva forte nel petto davanti al “capo postino” che gli consegnò il fagottino e l’indirizzo dicendogli: “Caro Omar, mi raccomando, non sbagliare proprio quest’ultima volta, ne va del tuo onore!” Gli sembrò strano che il suo superiore gli dicesse una frase del genere: perché avrebbe dovuto sbagliare? Non gli era mai capitato in vita sua! Un po’ infastidito guardò l’indirizzo e…. rimase a becco aperto! Dove mai poteva trovarsi quel posto? Sul biglietto infatti c’era scritto: “Ansa del fiume Mir, bosco Verde verde.” Rigirò il biglietto tra le zampe, lo voltò per vedere se dietro fosse scritta qualche altra indicazione, cercò di chiedere chiarimenti al “capo postino”, ma non lo vide più. Accidenti, l’ultima consegna si prospettava davvero difficile! Contro ogni regola guardò nel piccolo pezzo di stoffa azzurra; dentro c’era un minuscolo bambino che lo guardò sorridendo, spalancando dei bellissimi occhi blu. Sembrava gli dicesse: “Presto, non vedo l’ora di essere tra le braccia della mia mamma!” Senza più indugiare afferrò i quattro lembi del fagotto, lesse per l’ultima volta il biglietto e si tuffò nell’immensità del cielo.

Volò senza fermarsi per tutto il giorno e la notte finchè, chiedendo indicazioni a rondini, merli e perfino ad un’aquila, al mattino presto finalmente raggiunse quello che il mondo degli uccelli chiamava il fiume Mir. A quel punto era davvero stanco, ma aveva negli occhi lo sguardo di quel piccolo bambino che voleva incontrare la sua mamma: non l’avrebbe fatto attendere più del necessario! Sorvolò perciò il fiume, alla ricerca dell’ansa dove avrebbe dovuto consegnare il suo fagotto.

Finalmente trovò il posto indicato dal biglietto, il fiume che faceva una grossa curva ed un bosco di pini di un bel verde intenso, ma….. non c’era nulla, o meglio, non c’era una casa, come tutte quelle in cui era arrivato negli anni precedenti, c’era…cos’era quella? Una costruzione di paglia e fango, con vicino una donna magra e un uomo ingobbito dalla fatica. Non era possibile, quel bambino meraviglioso si meritava un posto molto più bello! Lì avrebbe sicuramente avuto freddo di notte, con il vento che poteva entrare da quei muri sottili, avrebbe avuto paura del buio, in mezzo a quegli alberi neri, si sarebbe spaventato per i mille rumori del bosco…

Mentre volava perplesso, nell’aria fresca del mattino, immerso in questi pensieri, sentì una voce di donna che gridava a gran voce: “Vieni qui! Vieni qui!” Guardò giù e vide una signora elegante che gli faceva segno di scendere. Era vicina ad una magnifica casa in riva al fiume, con un grande prato davanti ed un gruppo di alberi che delimitavano il terreno. Pensò che forse era quello il posto giusto per il bel bambino che teneva nel becco, che lì senz’altro si sarebbe trovato bene, che in fondo il fiume e gli  alberi c’erano… fece tacere i dubbi che gli frullavano nel cervello e scese verso la ricca signora. La donna, quando fu abbastanza vicino, gli strappò dal becco il fagotto, non aspettando nemmeno che glielo consegnasse come era nelle regole,  e, senza neanche ringraziare, se ne scappò in casa.

Nell’attimo stesso in cui il bambino fu tra quelle braccia, cominciò a piangere disperatamente. Omar allora si appollaiò sul camino della casa, sperando con tutto il cuore di sentire le note di una ninna nanna che potessero consolare quel pianto disperato. Ma udì solo strilli e brutte parole, mentre si immaginava quegli occhi blu diventare un mare in tempesta in cui il bambino rischiava di affogare.

Rimase lì per tutto il giorno e la notte dicendo tra sé e sé: “Adesso smetterà, adesso non piangerà più….”, ma quello strazio continuò a spezzargli il cuore. Allora volò sconsolato vicino alla piccola capanna, si appollaiò sul ramo di un pino sopra il povero tetto e si mise ad osservare quella piccola donna che, quando lo vide, lo guardò con aria triste.

Arrivata la sera però i timori di Omar si rivelarono giusti: i poveretti non avevano legna per scaldarsi con il fuoco, non avevano luce per illuminare la notte, non avevano voce per addolcire i rumori spaventosi del bosco. La cicogna però si ricordò le parole del capo-postino: “Mi raccomando, non sbagliare, ne va del tuo onore.” e si accorse  di aver davvero sbagliato a lasciare quel bambino, il suo ultimo bambino, a quella donna senza cuore. Decise perciò di correre ai ripari. Volò in mezzo al bosco e chiamò a raccolta tutti gli animali, che arrivarono un po’ brontolando perché erano stati svegliati nel cuore della notte. Ma si sa, quando c’è un’emergenza, non ci si può tirare indietro. Omar prospettò la situazione e subito gli animali si misero all’opera.

Poi la cicogna volò alla casa della donna e trovò il bambino solo sul balcone, lasciato lì probabilmente perché il suo pianto non voleva più essere ascoltato. Omar lo avvolse nel lenzuolo, prese i lembi nel becco e si alzò nel cielo. Nella casa nessuno si accorse di nulla o protestò. Si diresse velocemente verso la capanna e, sebbene fosse notte fonda, vide che la piccola donna lo stava aspettando sulla porta. Quando lo scorse avvicinarsi, lo guardò e questa volta gli sorrise timidamente. Omar le posò con delicatezza il piccolo nelle sue  braccia tese e lei sussurrò un grazie pieno di speranza. Appena il bimbo si trovò in quell’abbraccio smise di piangere e la cicogna riuscì a intravvedere, per un attimo, quei bellissimi occhi colore del cielo finalmente asciutti.

La donna entrò nella sua povera capanna e…. non poteva credere ai suoi occhi:  un enorme orso bruno li accolse tra le sue zampe scaldandoli con il suo morbido pelo, migliaia di lucciole brillavano nel buio della notte rischiarandola con il loro splendore,  piccoli usignoli cinguettavano ninne nanne deliziose! L’uomo si avvicinò alla moglie e l’abbracciò stretta, mentre lei abbracciava il loro piccolo bambino. Omar, arrivato  con onore alla fine della sua lunga carriera, decise di trasferirsi all’Ansa del fiume Mir, bosco verde verde, per passare in pace la sua vecchiaia.

 

 

 

 

“Appena il bimbo si trovò in quell’abbraccio smise di piangere e la cicogna riuscì a intravvedere, per un attimo, quei bellissimi occhi colore del cielo finalmente asciutti.”

 

 

Maria Petitti

La regina delle nevi

Tanto, tanto tempo fa, c'erano un bambino chiamato Kai e una bambina chiamata Gerda.

Vivevano porta a porta e si volevano molto bene.

Fra le due case c'era un giardino nel quale i due ragazzi giocavano tutta l'estate tra i fiori. Il fiore preferito di Gerda era la rosa e lei aveva perfino inventato una poesia dedicata a Kai:
«Le rose non perdono il profumo mai e amici per sempre saran Gerda e Kai.» Durante l'inverno, sedevano accanto alla stufa ad ascoltare le storie che la nonna di Kai narrava sulla perfida Regina delle Nevi:

«Vola nella grandine e ricopre i campi di neve. Paralizza i fiori con la brina e ghiaccia i fiumi. Il suo cuore è di ghiaccio e vorrebbe che anche quello degli altri fosse come il suo.»
Una sera, mentre la nonna parlava, il vento fischiava intorno alla casa e una finestra si spalancò. Una folata di grandine colpì Kai al viso e una scheggia di ghiaccio gli entrò in un occhio e gli arrivò fino al cuore.

Lì per lì Kai dette un grido di dolore. Ma pochi momenti dopo stava ridendo di nuovo. E Gerda non ci pensò più.

Il giorno dopo, Kai stava andando a giocare nella piazza del paese con gli altri ragazzi.
«Posso venire anch'io?» gli chiese Gerda. Ma Kai si rivoltò con uno scatto: «No davvero. Sei solo una ragazzina stupida.»

Gerda rimase molto ferita da queste parole. Ma come poteva sapere che la scheggia penetrata nel cuore di Kai glielo aveva reso di ghiaccio?

Uno dei giochi favoriti dai ragazzi era quello di legare gli slittini ai carri dei contadini e farsi così trascinare sulla neve. Ma quel giorno, sulla piazza, c'era una grossa slitta bianca, col conducente avvolto in una bianca pelliccia.

«Questo è meglio del carro dei contadini», pensò Kai e legò il suo slittino alla parte posteriore della slitta bianca.

La slitta si mosse, sempre più veloce finché Kai cominciò a spaventarsi. Voleva slegarla, ma non poteva sciogliere il nodo. Correvano sempre più lontano, oltre i confini del paese, volando nel vento.

«Aiuto! Aiuto!» gridava Kai, ma nessuno lo sentiva. Filarono via per ore, poi all'improvviso la slitta si fermò e il conducente si alzò in piedi. Era una donna alta e sottile vestita tutta di neve. Kai la riconobbe subito. Era la Regina delle Nevi! Mise Kai sulla slitta vicino a lei e lo avviluppò nel suo mantello. «Tu hai freddo», disse e lo baciò in fronte.

Il suo bacio era come il ghiaccio, ma lui non sentì più freddo.

La guardava e pensava che nessuna al mondo fosse più bella della Regina delle Nevi.
Infatti era stata proprio lei a mandare il vento che aveva fatto entrare il ghiacciolo nel cuore di Kai, che ora era un blocco di ghiaccio. Kai aveva già dimenticato Gerda, la nonna e la sua casa. Gerda pianse amaramente quando Kai non tornò a casa. Tutti dicevano che era

sicuramente morto, sepolto chissà dove nella neve.

Gerda aspettò tutto l'inverno, ma Kai non tornò. Alla fine, arrivò la primavera e Gerda ricevette in dono un paio di scarpette rosse. Se le mise e andò fino al grande fiume.
«Avete visto il mio amico Kai?» chiese alle onde. «Vi darò le mie scarpette rosse se mi dite dov'è.» 

Le onde annuirono con le loro creste spumeggianti. Essa allora montò su una piccola barca attraccata fra le canne, e lanciò le scarpe nell'acqua, più lontano che poté.

In quel mentre, la barca si allontanò dalla riva e cominciò a correre lungo il fiume. Gerda aveva paura, ma non osava saltar giù.

«Forse la barca mi porterà da Kai», pensò.

La barca trascinò Gerda giù lungo il fiume, fino a una casetta dal tetto di paglia circondata da un giardino di ciliegi.

Una strana vecchia signora, con un gran cappello in testa, uscì dalla casetta e con il suo lungo bastone ricurvo agganciò la barchetta e la tirò in secco.

«Povera bambina», disse a Gerda.

«Come mai stavi navigando tutta sola per il mondo?»

Gerda raccontò la sua storia alla vecchia signora e le chiese se per caso avesse visto Kai.
«Ancora non l'ho visto, cara, ma sono sicura che verrà molto presto.» La portò in casa e le offrì delle ciliege. E mentre Gerda mangiava, la vecchia signora le pettinava i capelli.
Ora, dovete sapere che in verità la vecchia signora era una maga, che si sentiva molto sola, e perciò desiderava tenere Gerda con sé. E con il suo pettine magico aveva cancellato tutti i suoi ricordi, perfino quello di Kai!

I giorni passavano e Gerda giocava nel giardino dei ciliegi. Ma, una mattina di sole, mentre girellava tra i fiori del giardino, vide un cespuglio pieno di boccioli di rose. Gerda baciò le rose con trasporto e si ricordò immediatamente di Kai.

«Sono rimasta qui troppo a lungo!» gridò e la sua voce disturbò una grossa cornacchia nera che gracchiò:

«Che succede ragazzina?»

«Devo trovare il mio amico Kai. L'hai forse visto?»

«Un ragazzo è passato di qui la settimana scorsa. Ha fatto innamorare di sé una principessa e ora è principe anche lui. Vivono in un bel palazzo non lontano da qui.»

«Oh, sarei proprio felice per Kai se fosse diventato un principe», rise Gerda. «Puoi mostrarmi la strada per raggiungerlo?»

E la cornacchia accompagnò Gerda fino al palazzo. Poi si appollaiò sulla sua spalla e insieme salirono su una lunga scala buia e arrivarono nella camera del principe.
Gerda guardò il principe addormentato e scoppiò in lacrime: «Ma non è Kai! Dovrò continuare a cercarlo e sono così stanca!»

Il suo pianto svegliò il giovane principe e la principessa che si stupirono moltissimo alla vista di una fanciulla in lacrime ai piedi del loro letto e con una cornacchia sulla spalla, per di più.

Ma ascoltata la sua storia furono molto comprensivi.

«Ti darò il mio vestito più bello per rallegrarti» disse la principessa.

«E io ti darò il mio cocchio d'oro» disse il principe, «così potrai viaggiare più velocemente e trovare al più presto il tuo amico.»

Con la carrozza del principe, Gerda si avventurò in una cupa foresta, ma la vettura dorata riluceva troppo fra gli alberi e dei banditi la videro.

«È oro, oro!» gridavano, e al primo crocicchio la circondarono.

Tirarono giù Gerda dalla carrozza e la portarono nel loro covo. Sulla soglia c'era una bambina dagli occhi neri che era la figlia del capo dei banditi.

Quando si resero conto che Gerda non era una ricca principessa e che non c'era niente da rubarle, decisero di ucciderla. 

«Oh no, non lo fate!» gridò la figlia del bandito. «Giocherà con me e io potrò indossare i suoi bei vestiti!»

Il capo dei banditi si accigliò. «Va bene, ma la terrò sotto chiave perché non scappi e non denunci il nostro nascondiglio.»

Quella sera Gerda raccontò alla sua nuova amica la storia di Kai. Mentre parlava, le colombe che stavano appollaiate sulle travi e una vecchia renna, sentirono tutto.
Dopo un po' una delle colombe disse: «Cuu, cuu, noi abbiamo visto il piccolo Kai. Era sulla slitta della Regina delle Nevi e andava verso la Lapponia.»

«È vero», disse la renna. «Io ci sono nata in Lapponia, dove tutto scintilla di neve e dighiaccio e la Regina ha il suo palazzo estivo.»

«Devo andarci subito!» esclamò Gerda. «Ora capisco perché Kai è stato così duro quel giorno. Il suo cuore era già di ghiaccio.»

I ladroni dormivano; la figlia del capo scivolò furtivamente vicino al padre che russava e gli rubò la chiave della porta.

«Porta Gerda in Lapponia» disse alla renna «E aiutala a ritrovare Kai.»

La renna era felicissima di tornare a casa sua e corse via per brughiere e paludi. Viaggiarono per diversi giorni e infine arrivarono nella gelida Lapponia. Faceva un freddo terribile e dappertutto c'era ghiaccio e neve.

«Guarda laggiù!» gridò Gerda. In lontananza, il palazzo estivo della Regina delle Nevi scintillava come una montagna di diamanti.

Intanto, nel Palazzo, la Regina aveva fatto di Kai il suo schiavo. Era una donna fredda e dispettosa e lo costringeva a lucidare continuamente i grandi pavimenti gelati.
Kai avrebbe pianto, se il suo cuore non fosse stato di ghiaccio. Poi un giorno la Regina delle Nevi dette a Kai dei ghiaccioli e gli disse:

«Se con questi riesci a formare la parola ETERNITÀ, può anche darsi che ti lasci libero.» Poi volò via. Kai venne lasciato solo con i ghiaccioli. Le sue mani erano livide dal gelo ma lui non sentiva freddo. Stava ancora tentando di formare la parola ETERNITÀ quando Gerda trovò la strada che conduceva al palazzo e alla grande sala ghiacciata.

«Kai» gridò. «Finalmente ti ho trovato!» E gli gettò le braccia al collo. Ma Kai rimase impassibile.

«Chi sei? Che ci fai qui? Vattene e non mi toccare.»

Gerda non gli diede retta. Malgrado gli sguardi ostili continuò a stringerlo a sé e pianse lacrime di gioia.

E mentre piangeva, le sue lacrime calde caddero negli occhi di Kai...

e sciolsero il ghiaccio del suo cuore.

Kai si ricordò subito di lei. «Gerda! Sei tu!» e finalmente rideva.

Si abbracciarono e si baciarono e danzarono di gioia. Anche i pezzettini di ghiaccio danzavano e composero da soli la parola ETERNITÀ sul pavimento.

«Ora sono libero!» gridò Kai. «La Regina delle Nevi non ha più potere su di me. Il mio cuore è di nuovo mio!». Gerda guidò Kai dove la renna stava aspettando. Sulla sua groppa fecero il viaggio di ritorno e quando arrivarono a casa era di nuovo estate.

E le rose del giardino erano in piena fioritura.

 

 

 

 

“Malgrado gli sguardi ostili continuò a stringerlo a sé e pianse lacrime di gioia.

E mentre piangeva, le sue lacrime calde caddero negli occhi di Kai...

e sciolsero il ghiaccio del suo cuore.”

 

 

 

H.C. Handersen

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